

Mons. Luigi Pellizzo nacque il 26 febbraio del 1860 a Faedis, un piccolo borgo del Friuli Venezia Giulia a pochi chilometri dal confine. Figlio di contadini iniziò i corsi seminirastici e teologici a Udine, conseguì nel 1886 a Roma con pienissimi voti la laurea in diritto canonico. Dal 1887 ritornò al seminario di Udine con uffici d’insegnamento e di direzione. Ben presto acquistò tra i suoi superiori e in diocesi la fama di gran ricostruttore del seminario di Udine e di ardente sostenitore del movimento cattolico.
Per la sua armonia di doti umane e di virtù sacerdotali, fu eletto da Papa Pio X il 9 luglio del 1906, vescovo di Padova. Quando entrò a Padova nel marzo del 1907 la diocesi si reggeva su robuste strutture di remota tradizione cattolica: 321 parrocchie con oltre 600 sacerdoti, il seminario di fama europea per gli studi umanistici, una scuola superiore di religione nata nel 1890, un circolo cattolico universitario, istituzioni caritative, un ricovero per anziani, cucine economiche, un orfanotrofio, numerose confraternite, casse rurali, un popolo con un innato senso di disciplina e di devozione verso il clero.
Nel dicembre del 1907 fondò “La Difesa del Popolo” un giornale che raggiunse una tiratura di 8.000 copie sin da subito e che esiste ancor oggi. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel clima di fermento generale, di discussioni e di dibattiti pro o contro l’intervento italiano, la voce di Mons. Pellizzo era l’unica che si levasse in difesa di autentici valori umani in nome di un principio religioso fuori della mischia di interessi e programmi dettati da visioni parziali od egoistiche. Mons. Pellizzo sosteneva che i castighi di Dio sono lo stipendio delle iniquità e che il braccio della Divina Giustizia viene armato tanto più fortemente quante più numerose sono le colpe. Il mondo moderno stava espiando duramente l’apostasia universale da Dio, il diabolico intento di usare ogni mezzo per scristianizzare la società, la corruzione dilagante le mode procaci, i divertimenti immorali ecco quindi che deplorava e condannava il primo conflitto mondiale definendolo come “flagello di Dio” e con animo accorato invitava il clero e fedeli a volgere al Cielo ardenti suppliche affinché si cessasse questa guerra micidiale e sterminatrice quale mai si vide nei secoli passati e che da diversi mesi ormai devastava l’Europa portando desolazione e morte.
Nel 1923, Papa XI lo nominava arcivescovo titolare di Damiata, canonico vaticano e gli affidava la segreteria della Veneranda Fabbrica di S. Pietro. Nei tredici anni che vi stette si acquistò indiscutibili grandi benemerenze. Sua Eccellenza Mons. Luigi Pellizzo si spense il 14 agosto del 1936 e fu sepolto nella bella chiesa di Faedis.


Figlio del segretario comunale Luigi Dalla Costa e di Teresa Del Canton, Mons. Elia Dalla Costa nacque a Villaverla (Vicenza) il 14 maggio 1872, frequentò le classi elementari e le ginnasiali a Vicenza; a 14 anni nel 1886 entrò nel Seminario vicentino, intraprendendo gli studi per accedere al sacerdozio; quando studiò teologia, frequentò anche la Facoltà di Lettere presso l’Università di Padova, dove si laureò nel 1897.
Fu ordinato sacerdote il 25 luglio 1895 nel duomo di Schio (Vicenza); per più di un anno rimase a Villaverla, come cappellano del suo parroco ammalato, poi passò ad insegnare lettere nel Seminario di Vicenza. In seguito fu cappellano a Pievebelvicino e nel 1902 a Pozzoleone come parroco; infine il 10 novembre 1910 fu nominato titolare della parrocchia di Schio dove rimase per 12 anni. Tutti anni intensissimi di ministero, di vita apostolica ammirabile; la sua predicazione era ascoltatissima, sempre presente al letto degli ammalati, si riservò le chiamate notturne. Si trovò con la sua parrocchia sulla linea del fronte della Prima Guerra Mondiale, organizzò l’accoglienza dei feriti, dei profughi e dei soldati che tornavano dal vicino fronte; asciugò lagrime, condivise le preoccupazioni che la guerra portava, assisté gli orfani.
La sua continua e benefica opera, gli meritò la Croce di Cavaliere della Corona d’Italia e in seguito un diploma di benemerenza dal Ministero delle Terre liberate del Nord-Est italiano. Tanta sollecitudine pastorale non passò inosservata e il 23 maggio 1923 fu nominato vescovo di Padova, egli resse la grande diocesi per nove anni. Tra le tante attività svolte, tenne due visite pastorali alle 400 parrocchie della diocesi; fece riparare oltre 50 chiese parrocchiali e canoniche, distrutte o danneggiate dagli eventi bellici della Prima Guerra Mondiale. Si interessò del decoro e della manutenzione dei vari cimiteri di guerra, sparsi sugli altopiani della provincia e sul Monte Grappa.
Il 19 dicembre 1931 venne nominato arcivescovo di Firenze, dove fece il suo ingresso il 21 febbraio 1932; anche nella vasta ed importantissima archidiocesi fiorentina, fece personalmente quattro visite pastorali alle numerose parrocchie. Anche a Firenze come a Padova, curò la santificazione del clero e l’educazione dei seminaristi; in tre anni dal 1935 infatti fece costruire il nuovo grandioso Seminario minore di Montughi. La sua carità non ebbe limiti nel periodo della disastrosa Seconda Guerra Mondiale (1940-45); il suo ministero fu coraggiosamente contrapposto ai fautori della guerra; si oppose alle violenze da qualunque parte provenissero, fu contro le delazioni, le deportazioni, le rapine, le torture e le fucilazioni. Accorse nei luoghi delle incursioni e dei bombardamenti, per soccorrere i feriti, per piangere i morti, si attivò con ogni mezzo per salvare la vita ai condannati politici e delle rappresaglie e soprattutto agli ebrei e successivamente ai fascisti in fuga. Richiese con tenacia e insistenza alle parti in guerra, che Firenze fosse dichiarata “città aperta” e nel periodo dell’emergenza, fu quasi l’unica autorità rimasta in difesa dei cittadini.
Passata la bufera, si ritrovò come a Padova, a dover ricostruire chiese e canoniche distrutte o danneggiate, con la costruzione di nuove chiese nelle nuove zone periferiche; nel contempo intensificò la sua attività pastorale per rinsaldare la comunità ecclesiale, scossa da tanti lutti e sofferenze. I suoi ultimi tre anni di vita, li visse appartato, sempre immerso nella preghiera e nella meditazione; morì poverissimo, come aveva vissuto e predetto, la mattina del 22 dicembre 1961. Lasciò vari scritti e un grande rimpianto per la sua gigantesca figura morale, faro luminoso in periodi così bui per la città di Firenze e per l’Italia tutta. Dopo venti anni dalla sua morte, la diocesi fiorentina ha avviato la causa per la sua beatificazione il 26 gennaio 1981.


Nato nel 1888 a S.Martino di Lupari, grossa parrocchia della Diocesi di Treviso e della Provincia di Padova, aveva presto attirato l’attenzione del suo buon Arciprete Mons. Da Re il quale lo avviò ai primi rudimenti del latino. Nel luglio del 1900 sostenne gli esami di seconda ginnasiale nel Seminario di Padova, superandoli felicemente e nell’ottobre dell’anno successivo entrò nel Seminario di Treviso come alunno di quarta ginnasiale. Qui percorse il ginnasio, il liceo e il primo anno di teologia. Nal 1907, usufruendo di una borsa di studio, divenne alunno dell’Università Gregoriana e ospite del Collegio Capranica. Conseguì la laurea in filosofia nel dicembre del 1910 e quella di teologia universa nel luglio 1911. Il Santo Padre Pio X aveva tratti di bontà particolare per il chierico Agostini che riceveva spesso in udienza privata. Per benigna concessione dello stesso Pio X, Carlo Agostini veniva consacrato Sacerdote dopo il terzo corso di teologia nel 1910 a San Donà di Piave. Fin dai primi anni del suo Sacerdozio dimostrò una spiccata tendenza all’apostolato in mezzo ai giovani come insegnante di religione nelle scuole medie a Palazzo Filodrammatici e nel Collegio Nicolò Tommaseo dove fu direttore spirituale.
La Prima Guerra Mondiale lo vide instancabile pastore d’anime a S.Biagio di Collalta, a pochi chilometri dal Piave; doveva assistere quotidianamente la popolazione e un migliaio circa di profughi. Presidente del Tribunale Ecclesiastico, potè assistere al processo informativo per la beatificazione di Papa X. L’8 maggio 1932 Mons. Agostini venne nominato Vescovo di Padova. Immediatamente si mise all’opera portandosi ad imitazione di S.Gregorio Barbarigo ascoltando ad uno ad uno i Sacerdoti.
Nel settembre 1932, il nuovo Presule ha modo di celebrare due importanti avvenimenti: il Congresso Eucaristico Diocesano e il Congresso Nazionale Missionario. Come San Gregorio Barbarigo, anch’egli sente il bisogno di portarsi in pellegrinaggio nel 1938, a Milano, alla tomba di S.Carlo, non solo suo patrono, ma soprattutto quale intrepido campione dell’educazione religiosa e civile attraverso la Controriforma cattolica.
Quando anche per il nostro Paese la minaccia del conflitto si mutò in tragica realtà con l’arrivo dei primi annunci di morte alle famiglie padovane, la Diocesi procedeva alacre ed unita nelle sue attività religiose e nella preghiera affinché le ostilità potessero terminare al più presto. Nel maggio 1942 il Vescovo Agostini decise di consacrare la Città di Padova al Cuore Immacolato di Maria affinché potesse alleviare le sofferenze dei cittadini in quei momenti di paura e di morte.
Nel 1943 il Presule decise di fondare l’Ufficio per le Opere caritative e alcuni mesi dopo Papa Pio XII informato del tragico bombardamento sulla Città del Santo, decise di inviare a questo scopo la somma di lire ventimila per cercare di lenire qualche dolore dei suoi figli. Sempre nello stesso anno Mons. Agostini protestò per l’incarcerazione di un gruppo di cittadini e ne ottenne la liberazione, tra questi alcuni sacerdoti rei di aver usato misericordia ad uomini braccati e ricercati dalla polizia militare. Nel 1944 il Vescovo di Padova si recò di persona in caserma della gendarmeria tedesca dove erano stati rapiti due sacerdoti; ne ottenne la liberazione e li ricondusse a Cittadella fra la commozione del popolo. Rientrato in città il 25 aprile nei tre giorni successivi si adopera per la liberazione di molti detenuti. La domenica 29 aprile Sua Eccellenza si porta a visitare i feriti all’Ospedale e impartisce l’assoluzione ai morti. Il 2 maggio partecipa ai solenni funerali delle vittime dell’insurrezione. Mons. Carlo Agostini, dopo aver aperto ai primi di maggio il Collegio Vescovile Barbarigo agli ex internati reduci dai campi tedeschi di prigionia, nei successivi giorni 5 e 7 maggio si porta a visitare le Parrocchie della periferia e degli estremi confini della Diocesi dove maggiormente si erano fatte sentire le calamità più crudeli ed irragionevoli della logica della guerra.
Così il Pastore della Diocesi era rimasto vicino al suo gregge nell’ora della tormenta, spendendosi per la difesa dei valori spirituali e talvolta per la salvaguardia dei singoli individui, travolti dall’avanzare rumoroso d’un mare in tempesta.
Fu sotto l’egida di questo grande Vescovo che la città di Padova assistette alla ricostruzione del dopoguerra. Era in questo clima di redenzione sociale e di cristiana edificazione che si apriva la Grande Missione cittadina. Il 1947 e il 1948 videro tre grandi manifestazioni: un Congresso Diocesano di Musica Sacra, la celebrazione del Sinodo Diocesano che dal 1927 non si era più tenuto e il IV Congresso Eucaristico.
L’8 febbraio 1949 Mons. Giuseppe Pretto, Vicario Generale, annunziava alla Diocesi la promozione di S.E. Mons. Vescovo alla sede Patriarcale di Venezia, segnando così il termine della sua attività pastorale nella Diocesi di Padova.
Mons. Agostini morì il 28 dicembre 1952 dopo che il Santo Padre l’aveva elevato ai più alti gradi della Gerarchia cattolica, attraverso il Cardinalato, il 1° dicembre dello stesso anno. Fu condotto al camposanto in un giorno di pioggia violenta, com’era stato per la sua entrata a Padova quasi a concreta attestazione del suo veemente desiderio di restare solo con Dio.


Nato a Fellette nel 1905, fu consacrato sacerdote a Roma in San Giovanni in Laterano nel 1928. Insegnò diverse materie al Seminario dei Cappuccini di Venezia e nel 1938 viene eletto ministro provinciale, incarico che detenne per due mandati, cosicché diventò superiore della Provincia veneta a soli 33 anni.
Consacrato vescovo dal cardinale Piazza nella Basilica del Redentore a Venezia il 14 maggio 1944, aveva solamente 39 anni ed era il vescovo più giovane d’Italia. Venne trasferito alla diocesi di Padova e ne prese possesso il 26 giugno 1949, a soli 44 anni.
La sua formazione si ebbe interamente fra le pareti dei conventi dei Cappuccini, dove egli vi entrò da fanciullo a soli 9 anni, in tempi in cui i padri praticavano ancora tre quaresime: quella comune, quella dei Santi e quella dopo l’Epifania; la povertà e le pratiche di penitenza facevano parte della Regola. Il giovane Bortignon si formò proprio in quella scuola di ascesi cappuccina, allo spirito di disciplina e povertà, all’obbedienza, all’umiltà, al dominio di sé, all’amore dei poveri e dei sofferenti. Mons. Bortignon mantenne sempre la barba, la veste francescana e specialmente lo stile di vita del frate cappuccino. Ebbe il culto della Parola di Dio: l’annunciava con semplicità, con decisione e adeguata preparazione. La traduceva in ampie lettere pastorali, con cui affrontava i gravi problemi della vita cristiana, la raccomandava ai suoi sacerdoti, ripetendo loro spesso: “parlate poco, semplice e bene”. Non si contano i convegni ed i corsi svolti periodicamente per alimentare la loro formazione ne gli incontri personali per risolvere problemi e superare difficoltà, divenute talora autentiche crisi.
Il Seminario costituisce il cuore per ogni Vescovo e per esso Mons. Bortignon ebbe tutte le cure e preoccupazioni. Ebbe il grande merito di non cedere alla tentazione di introdurre in esso grandi novità, spesso strane, come avvenne purtroppo in altri seminari anche del Veneto.
La disciplina, la spiritualità e gli studi possono e devono adeguarsi ai tempi; i seminari devono essere sempre la scuola sicura delle virtù sacerdotali, come l’obbedienza, il distacco dalle cose, lo zelo, lo spirito di sacrificio e la fedeltà alla Chiesa. Questa era la mens che Mons. Girolamo trasmise ai suoi collaboratori e che il tempo confermò come la più giusta.
Acquistò per i suoi seminaristi “Villa Dolomiti Pio X” a Borca di Cadore con la duplice finalità di ridurre il tempo di permanenza dei giovani nello loro famiglie in estate e di integrare la loro cultura con cicli di studio e conferenze. Ma l’opera più importante e significativa fu il Seminario Minore, dalle grandi e maestose dimensioni. Venne inaugurato nell’ottobre del 1970 e fu realizzato con il contributo dell’intera Diocesi. Esso divenne una sezione parallela della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale.
Il 3 dicembre 1950 fondò il Collegio universitario aspiranti medici missionari, con l’aiuto del Professor Francesco Canova. L’opera è la prima del genere in Italia ed ha offerto alle missioni circa mille medici sino ad oggi. Mons. Bortignon scrive alla Santa Sede chiedendo per la Diocesi un territorio di missione da evangelizzare, alla stregua di un istituto missionario. La sua richiesta fu accolta e confermata nella “Fidei donum”. Una zona del Kenia ospita le missioni padovane, che in pochi anni si attrezzano di splendide opere e di ottimo personale.
Le vacanze del Vescovo Bortignon sono rappresentate da sette visite pastorali compiute in Kenia dal 1964 al 1975 e da quattro in America Latina dal 1967 al 1976.
Durante il suo episcopato riorganizzò l’Archivio vescovile e la Biblioteca capitolare annessi al palazzo vescovile e ne aprì l’accesso a tutti gli studiosi.
Si può quindi affermare con certezza che nel campo culturale, Mons. Bortignon ha operato silenziosamente il cambiamento più vasto ed incisivo che si sia mai compiuto in Diocesi.
Dopo la seconda guerra mondiale la città di Padova ebbe un’espansione enorme: invase tutti i comuni limitrofi e raddoppiò i suoi abitanti. Le parrocchie erette alla periferia della città negli anni del suo episcopato superano la ventina. Mons. Bortignon ebbe il grande merito di seguire e spesso prevenire questo dilatarsi, reperendo le aree adeguate per i complessi parrocchiali, erigendo chiese ed opere attigue, stimolando i fedeli ed i parroci a fare la loro parte.
Durante l’episcopato padovano consacrò circa 1500 religiosi e mancò soltanto poche volte ai funerali dei suoi figli spirituali, proprio quando ne era impossibilitato. Egli amava i preti padovani come un padre ama i propri figli, li conosceva tutti, dedicando a loro giorni e giorni, sottratti al ministero della vasta Diocesi.
Mons. Bortignon rinunciò al governo della Diocesi nel gennaio 1982. Per volontà del suo clero, invece di ritirarsi in convento rimase in Diocesi, prima a Villa Immacolata, poi all’Opera della Provvidenza Sant’Antonio.
Il suo tempo libero, finché poté, lo dedicò alla visita dei sacerdoti infermi od anziani. “Fare la carità” è stato il suo motto episcopale ma soprattutto il programma concreto della sua vita, fino al tramonto. Mons. Bortignon è stato la luce che brillò sulla casa con la testimonianza della vita e delle opere per tutta la sua lunga esistenza. Quella luce si spense lentamente il 12 marzo 1992.


Nato a Brandeglio, frazione di Bagni di Lucca, il 15 maggio 1924, rimase orfano del padre a nove anni. Si trasferì nel 1933 a Colognora di Valleriana paese natale della madre ed in seguito entrò nel Seminario di Lucca dove compì gli studi classici e teologici. Fu ordinato sacerdote il 21 dicembre 1946 ed iniziò subito il suo ministero come assistente dell’Azione cattolica diocesana. Due anni dopo fu mandato a studiare all’Università Cattolica di Milano dove si laureò a pieni voti nel novembre 1953 con una tesi in letteratura cristiana antica dal titolo: Antiquitates rerum humanarum et divinarum di M. Terenzio Varrone. Nel 1955 il Vescovo di Lucca richiamò in Diocesi il giovane promettente sacerdote e divenne professore di latino e di patristica al Seminario. Nel 1961 viene nominato decano di San Michele in Foro la parrocchia centrale della città di Lucca e qui vi rimase fino al 1964 quando venne chiamato da S.S. Paolo VI a Roma come assistente nazionale dei giovani di Azione cattolica.
Dopo tre mandati consecutivi nell’Azione Cattolica, nel 1973 fu nominato Vescovo titolare di Silli, coadiutore con diritto di successione di Mons. Giulio Bianconi, Vescovo di Tarquinia e Civitavecchia, nonché amministratore apostolico sede plena. Qui, Mons. Franceschi decise dedicarsi alla comunità religiose locali riprendendo le visite pastorali, ferme da oltre quindici anni.
Organizzò a Roma dal 30 ottobre al 4 novembre 1976 un’importante convegno della Chiesa italiana "Evangelizzazione e promozione umana". Il 19 maggio dello stesso anno viene nominato membro della commissione per la fede e la cultura della Commissione episcopale italiana, incarico che conserva fino al 1979.
Nel luglio del 1976, il Vescovo Franceschi ricevette la nomina di Arcivescovo di Ferrara e Vescovo di Comacchio. In questa Diocesi egli volle valorizzare iniziative culturali ad alto livello contribuendo a superare un certo isolamento in cui si trovava la città e la Diocesi. Fondò strutture pastorali originali, diede impulso all’apostolato dei laici che riscoprirono il ruolo primario di una Chiesa non semplicemente gerarchica, rese convincente la fraternità sacerdotale riuscendo a diventare pastore di tutti: operai, contadini e poveri senza alcuna discriminazione.
Nel 1982 gli fu chiesto di spostarsi nella Diocesi di Padova come Arcivescovo. Sempre nello stesso anno dovette preparare la Diocesi alla visita del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, il quale arrivò a Padova il 12 settembre. Egli unì sempre la quotidiana e concreta azione di governo ad una lucida attività intellettuale di natura teologico-pastorale che si concretizzò in numerosi interventi, articoli, lettere quaresimali, conferenze. Nell’aprile 1985 fu artefice del convegno ecclesiale di Loreto dal titolo: “riconciliazione cristiana e comunione con gli uomini” e due anni dopo presiedette la Commissione del primo Convegno Ecclesiale Triveneto. I primi mesi del 1988, l’Arcivescovo di Padova fu raggiunto da un male inguaribile che lo portò ad una serie di trattamenti ed interventi medici. Mons. Franceschi maturò quindi la consapevolezza di aver imboccato un itinerario irreversibile ma non perse mai la sua serenità e si abbandonò con fiducia alla volontà di Dio. Anche se gravemente malato, continuò a servire il suo magistero apostolico con grande devozione e dignità per diversi mesi finchè il 30 dicembre 1988, in lumine fidei, si spense.


Nato a Rottanova di Cavarzere (Ve) il 20 aprile del 1940, venne ordinato presbitero il 5 luglio 1964. Si iscrive e frequenta l’Accademia Ecclesiastica a Roma dove conseguì la Laurea in Utroque Jure.
Nel 1968 iniziò la sua carriera diplomatica, quando fu nominato segretario alla Nunziatura Apostolica di Managua, nel 1971 alla Delegazione Apostolica di Washington, uditore nel 1975 alla Nunziatura di Brasilia e poi nel 1978 a Parigi. Nel 1980 venne nominato consigliere nella Segreteria di Stato vaticana nella sezione “rapporti con gli Stati”, incarico che ricoprì fino al 1985. Nel 1985 venne consacrato Vescovo e fu inviato quale Nunzio Apostolico in Costa d’Avorio, Pro-Nunzio Apostolico in Burkina Faso e in Niger.
Il 5 luglio del 1989, venne eletto alla sede di Padova quale successore di Mons. Franceschi. Attualmente, ricopre diversi incarichi nella Conferenza episcopale triveneta e nella C.E.I. Autore di diverse pubblicazioni ed interventi, coltiva intense relazioni ecumeniche con la chiesa ortodossa, in particolare con la Romania dove è stato insignito di due lauree honoris causa.
Come riconoscimento per le attività di dialogo tra la chiesa cattolica e ortodossa, gli è stato conferito l’Ordine di S. Sergio da Sua Santità il patriarca di Mosca. Mons. Mattiazzo, è anche Vice Gran Cancelliere della Facoltà Teologica del Triveneto.